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Urbanistica?

Articolo di Ottorino Pagani:

“Le inchieste sull’urbanistica “milanese” sollevano, indipendentemente dagli strascichi giudiziari,  un tema di fondo, ben sintetizzato dalla magistratura in una delle prime indagini (Park Tower – 2023): è stata vanificata la la potestà pubblica di programmazione territoriale a vantaggio di interessi privatistici. Cioè, si pone la questione generale di come gli amministratori intendano esercitare il governo del territorio, ovvero di come intendono amministrare l’urbanistica.

La domanda, che è anzitutto politica, è se l’amministrazione pubblica (il Comune, la Città Metropolitana, la Regione) intenda guidare attivamente i processi di trasformazione del territorio, laddove siano rilevanti, o ritenga che il suo compito sia solo valutare i progetti proposti dagli operatori, sulla base di un generico interesse pubblico. Ci si chiede se il “Piano” come progetto di città o progetto di territorio, sia considerato un valido strumento per realizzare un’aspirazione collettiva o sia solo un sistema di regole modificabile se costituisce un impedimento alle trasformazioni. Non vuole essere una domanda polemica, è una domanda che interroga anche il ruolo della disciplina urbanistica: il “Piano” serve ancora?

Questa “questione” è, a mio avviso, comune a tutti i Comuni italiani, in particolare ai comuni delle Città Metropolitane, orfani di una “Provincia” impegnata nella tutela degli interessi pubblici sovra-ordinati attraverso piani urbanistici dettagliati e con valore di strumenti attuativi ( ad esempio, i “vecchi Piani cintura”); cioè “Piani” che assumono un ruolo attivo nei processi di una vera riqualificazione / rigenerazione urbana. Per questo, alla domanda finale del punto precedente dovremmo rispondere in modo affermativo, articolando che:

  • è necessario avvalorare la definizione di urbanistica di Thomas Adams: : «

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La città invivibile

Articolo di Ottorino Pagani:

“Di seguito la descrizione della città di Sofronia tratta dal libro “Le città invisibili” di Italo Calvino:

La città di Sofronia si compone di due mezze città. In una c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con la raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte coi motociclisti a testa in giù, la cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo. L’altra mezza città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’un’altra mezza città. Così ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i docks, la raffineria di petrolio, l’ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l’itinerario d’ogni anno. Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido in sospeso dalla navicella dell’ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci.

Il finale inaspettato di questo breve racconto suggerisce un paio di considerazioni:

  • a Milano, negli ultimi decenni, il conteggio dei “mesi  e dei giorni per il ritorno della carovana e il ricominciare della vita intera