ONDA LUNGA

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C’è qualcosa che fa ancora più male di una sconfitta elettorale.

E’ la superficialità ridicola e offensiva di una classe dirigente di partito che commenta in questa maniera il voto di ieri:

“E’ un voto a macchia di leopardo, poteva andare meglio, comunque siamo 67 a 59 per il centrosinistra”.

Infatti, vittoria a Rivalta, peccato per Alessandria ed Asti; conferme positive a San Donato e Cernusco sul Naviglio, rammarico per Como, Lodi, Legnano, Monza e Sesto san Giovanni; Lucca è nostra, cambiano di segno Carrara e Pistoia; La Spezia, Genova e Chiavari al centrodestra, come poco tempo fa la regione Liguria; il bollettino dell’Emilia Romagna segna negativo a Parma, Piacenza, Riccione, Budrio e Vignola, fortuna si votava solo lì; perdiamo a Todi, ma avevamo già perso Perugia. Si vince a Spoltore, purtroppo non ad Avezzano e L’Aquila. Sant’Elpidio a Mare torna al centrosinistra, se ne vanno Civitanova, Jesi e Fabriano. A cercarla, qualche buona notizia c’è (Lecce, Taranto, Padova) ma quello che lasciamo sul campo nel complesso suona come una amara disfatta.

Far finta di non vederla è il modo migliore per preparare la prossima sconfitta.

Il fondo di Stefano Folli su Repubblica di oggi riassume il tutto nel titolo:

Una sinistra sorda mediti sugli errori“.

Bisognerebbe chiedersi se c’è la voglia di farlo o, meglio, se non si ritiene che, per perseguire un risultato personale più ambizioso, queste guide di partito (tutti, PD in testa) non giochino al “tanto peggio, tanto meglio”.

Interessa ancora avere partiti organizzati sui territori? Amministratori locali in grado di essere il primo livello di contatto con i cittadini elettori, rappresentando quel circolo virtuoso (e non vizioso) che avvicina la rappresentanza politica alla problematicità del vivere quotidiano, coniugando idealità e forme di buona amministrazione?

A giudicare dal disinteresse con cui la classe politica (anche del centrosinistra) ha guardato in questi anni alla continua disaffezione dei cittadini al voto, sembrerebbe proprio di no.

Il campanello d’allarme suona da un pezzo. Non si era raggiunto il 40% quando si votò per le due regioni (Emilia Romagna e Calabria) e la si risolse con un entusiastico “due a zero palla al centro”?

Nella tornata amministrativa dell’anno scorso le cose non andarono meglio – e anche in quel caso perdemmo fior di comuni: Torino e tutte le amministrazioni in cui si votò in Piemonte, città della periferia milanese come Vimercate e capisaldi romagnoli, Cecina in Toscana dove vinse la Lega e, insieme a Roma, Anguillara e Genzano storicamente di sinistra.

Oggi possiamo dire che quella lezione non servì a niente, anzi.

L’azione di governo in questi anni a guida PD non ha investito – se non limitatamente a qualche aspetto finanziario – sul rapporto tra stato e amministrazioni locali, tanto da guadagnare o la lontananza dei cittadini dalle urne o le formazioni di liste civiche a grappoli che spesso hanno funzionato in chiave anti-sistema, facendo pagare in molte realtà ai sindaci uscenti il prezzo di una difficoltà amministrativa le cui responsabilità erano da cercarsi anche (e in qualche caso, soprattutto) a livello centrale.

Questo nel disfacimento di forme organizzate di partito a livello locale, capaci di sostenere temi e azioni del territorio, perché trasformate in macchine elettorali per deputati, ministri e referendum.

“Quando gli aspetti, diciamo così, locali esprimono lo sfilacciamento di un tessuto politico e sociale tale da abbracciare una porzione così significativa del territorio, significa che la rotta è sbagliata. E non si tratta solo di alleanze da cercare a tavolino o di un ceto politico da riconnettere. A questo punto c’è una relazione con il proprio elettorato che va ripensata, prima che sia troppo tardi. Ammesso che già non sia tardi.” (Folli)

Questa è l’onda lunga che ci portiamo dietro.

E che, se non sapremo correggere, presto finirà per sommergerci.

                               Marco Coloretti

PS: voglio esprimere la mia personale solidarietà politica e umana ai tanti che hanno perso questa tornata amministrativa, a cominciare dai compagni e dalle compagne di Genova e, nel nostro territorio, di Sesto San Giovanni, sindaca in testa.

C’è un carico di simbologia legata alla storia politica, culturale e sociale che è passata per quella città che vale un tesoro, fatto di memoria collettiva e di identità condivisa, un patrimonio che appartiene al vissuto di tanti individui, su cui si è costruita l’identità di tanti di noi, pur non essendo sestesi.

Per questo provo profonda amarezza e sconcerto al cospetto di certi commenti sul risultato elettorale.

Si può perdere un’elezione, non si può perdere storia e memoria. Ma già, ad avercele.