In Italia cresce la povertà

Home Cultura In Italia cresce la povertà

Non è facile parlare di povertà. Da un lato c’è un sentimento comune di benessere diffuso che non corrisponde ad una realtà cambiata, a partire dagli anni 90 e 2000. Non c’è vera consapevolezza che la crescita del benessere, anche individuale, è finita. Che le generazioni dei trentenni sono in forte difficoltà e che molte famiglie italiane sono povere. Dall’altro nel parlare di povertà si rischia di cadere nell’ideologia del buonismo. Eppure tanti segnali, studi e personalità ci avvisano da tempo che questa è la realtà dell’Italia del 2017. Chi non la vede o la nega nega la realtà. Chi semina astratto ottimismo del “ce la faremo” dimentica che non tutti ce la fanno.

Anche l’Istat di questa settimana ci conferma che negli ultimi 10 anni la povertà è raddoppiata e ci rimanda un paese nel quale le famiglie in condizioni di povertà assoluta erano (nel 2016) un milione 619 mila, per un totale di 4 milioni 742 mila persone mentre in  povertà relativa ci sono 8 milioni 465 mila persone. L’incidenza della povertà assoluta è stata pari al 6,3% delle famiglie e al 7,9% degli individui.

Cosa possiamo fare noi a Paderno Dugnano per contrastare la povertà? Se è vero che il 7,9% della popolazione italiana è in condizione di povertà assoluta significa che a Paderno Dugnano ci sono circa 3.000/4.000 persone in difficoltà. Chi sono costoro? Li conosciamo? Li conoscono i servizi sociali del Comune? Sono senza lavoro,  sono lavoratori poveri o persone in qualche modo inabili?  Di cosa hanno bisogno e in cosa possono essere aiutati o accompagnati ? Hanno bisogno di reddito, di lavoro, di una casa, o di servizi? Per poter approntare delle risposte adeguate bisogna prima rispondere a queste domande. Chi lo sta facendo?

Alcuni comuni hanno avviato sperimentazione di assegni di povertà, progetti di tavola condivisa per le povertà estreme, sostegno alle attività produttive dei giovani,  politiche abitative sociali, progetti di inserimento lavorativo. Si vedano le buone pratiche di Bari, della provincia di Trento o della Regione Friuli. E noi? Di certo non possiamo restare indifferenti ma cominciare a progettare  qualche proposta concreta.

Il nostro sistema produttivo è stato decimato dalla globalizzazione, dalla finanziarizzazione e ora dalla rivoluzione robotica e non riprenderà riportando il benessere a tutti, come prima. La ricchezza non aumenterà per chi è povero e il lavoro non tornerà per chi è discoccupato o inoccupato. Se permarranno le stesse politiche economiche e sociali dei governi e delle amminstrazioni di questi ultimi 10 anni le previsoni non potranno che essere nere.

Aveva cominciato bene il centrosinstra del 1996 con la sperimentazioni in Italia del RMI (reddito minimo d’inserimento) ma il ministro Maroni con il govermo Berlusconi lo soppresse nel 2001. Quella sperimentazione che associava sostegno al reddito con progetti di inclusione sociale è ancora un modello. Più serio di quello varato dal governo Renzi-Gentiloni. Lo dico con cognizione avendo partecipato personalmente sia alla prima sperimentazione del RMI che osservando oggi la vicenda della SIA (Sostegno alla Inclusione Attiva) . Al di là delle belle parole la SIA è largamente insufficiente e sgangherata e rischia di esserlo anche il Reis (reddito di inclusione sociale )previsto per  il 2018. Non entro nel merito tecnico del funzionamento: diciamo solo che sono strumenti che non affrontano come si deve il problema della povertà. Non stanziano fondi a sufficienza, hanno un approccio improvvisato e non universalistico (restringendo continuamente la platea degli aventi diritto con criteri ridicoli) e riguardano alla fine pochissime persone.