
Articolo di Ottorino Pagani:
“Ippodamo di Mileto, vissuto nel V secolo a.c., è una figura centrale nella storia del pensiero urbanistico. A lui si attribuisce l’inizio della pianificazione territoriale con la concezione della struttura a griglia delle strade che si intersecano ad angolo retto, con gli isolati residenziali di forma quadrangolare, oltre a edifici e spazi pubblici come i mercati, una sorta di città ideale, che avrebbe dovuto ospitare al massimo 10.000 abitanti, divisi in tre classi: quella degli artigiani, quella degli agricoltori e quella degli armati.
In tempi lontani dai nostri problemi ambientali e sociali, l’urbanistica nasce all’insegna della misura: rimarcare un limite significava definire cosa era città e cosa era natura, significava rispetto delle caratteristiche eco-sistemiche che sono fondamentali per la salvaguardia dell’ambiente. Nella civiltà della “misura” il progetto per la città doveva contemplare il rispetto per la natura. L’emergenza Covid ci ha riproposto il tema della relazione tra densità urbana e salute, e l’emergenza climatica ci richiede una riflessione sul concetto di “densità giusta” e della “giusta distanza”.
Noi viviamo in un ambiente fortemente “densificato”: come indicato nel documento della Città Metropolitana di Milano: ”Strategia Tematico-Territoriale Metropolitana – Luglio 2023”: “La Zona Omogenea del Nord Milano comprende 6 Comuni, tutti appartenenti alla Città centrale. Pur essendo solo la quarta ZO per numero di residenti, è la prima per densità abitativa (5.380,6 ab./kmq) più che doppia rispetto alla media metropolitana (2.053,2 ab./kmq).”. Quindi ci confrontiamo con un valore allarmante di densità abitativa che si ripercuote sulle criticità per le matrici ambientali che impattano sulla salute (inquinamento, isole di calore, trasmissibilità di malattie, etc ) e per la realizzazione di servizi adeguati per il vivere collettivo: mobilità pubblica e sostenibile, infrastrutture verdi e per la gestione urbana, strutture per l’istruzione e l’interesse comune (in particolare; sanitarie, culturali, sociali).
Su questo tema chi ha responsabilità di governo della cosa pubblica (ai vari livelli) mostra un totale disinteresse, salvo, per taluni, strumentalizzare lo spauracchio dell’insicurezza urbana. Quanto poi all’urbanistica, nell’accezione più generale di ambito disciplinare che dovrebbe occuparsi del “fare città”, chi opera in questi campi, se si escludono rare eccezioni, sembrano indifferenti alle varie forme di ingiustizia, sia sociale che ecologica, e sostengono concetti urbani speculativi che stanno costruendo la megalopoli ipertrofica milanese. Hanno abbandonato la pianificazione territoriale, che parte dalla definizione della densità sostenibile, e hanno permesso agli “spazi” di configurarsi in ragione solo di interessi privati attenti unicamente al loro profitto.
Forse il ruolo della politica e dell’urbanistica dovrebbe essere quello di produrre “futuri urbani alternativi”, di recuperare il “bon senso” capace di salvaguardare il territorio come patrimonio pubblico: iniziando con l’arrestare urgentemente ogni ulteriore densificazione nel Nord Milano e inserire nel “Piano Nazionale per il Ripristino della Natura”, in fase di approntamento, la rinaturalizzazione di tutte le aree dismesse presenti sul territorio; a partire dagli ambiti di trasformazione (AT) e di rigenerazione urbana (ARU) presenti nel nostro Comune, per trasformarli in parchi e rifugi climatici“.