Emergenza idrica?

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E’ utile continuare ad interrogarsi sui grandi temi dell’emergenza climatica. Così fa Ottorino Pagani nel seguente post:

“L’ultimo rapporto “‘Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability” dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu), recentemente pubblicato, è di sicuro il più inquietante: spiega che ci dirigiamo verso la catastrofe. E la guerra in corso  sta provocando il blocco delle azioni di contrasto necessarie, anzi si assiste ad una retromarcia (a.e. la riattivazione delle centrali a carbone), e le indispensabili risorse vengono dirottate verso la distruzione.

Tra i rischi collegati al nostro modello di vita, il rapporto segnala la siccità e il conseguente urgente bisogno di cura delle risorse idriche. L’adattamento attuale si basa principalmente su strutture che assicurano la disponibilità e la fornitura di risorse idriche, ma queste strutture – spiegano gli autori – creano “un circolo vizioso in cui l’approvvigionamento idrico attira sviluppi che ne richiedono l’ulteriore aumento. Nel caso di riscaldamento globale elevato, inoltre, queste strutture potrebbero diventare insufficienti”; cioè “il ruolo delle Città (comprese le sue aree omogenee/vaste)” deve confrontarsi anche con questi argomenti per costruire un efficace “Piano di adattamento climatico”, rimettendo in discussione orientamenti consolidati, ad esempio, la “densificazione” delle città.

Sono prevalentemente temi “politici”, e questo comporta, a mio avviso, che i Comuni devono uscire dal torpore / senso di impotenza e riprendano il proprio ruolo, che comprende anche l’esercizio della responsabilità sanitaria, e, partendo dall’acqua, escano dalla logica delle deleghe in bianco alle società per azioni per la gestione dei beni comuni, anche se pubbliche.

Oltre alla coscienza dei limiti di sviluppo nel costruire i futuri Piani di Governo del Territorio, una “politica rappresentativa dei cittadini” si dovrà confrontare, per costruire un Piano di adattamento climatico, con gli aspetti che condizionano la risorsa idrica: la quantità e l’efficacia delle reti di distribuzione (azzerare le perdite!); la quantità, la qualità e i costi di potabilizzazione delle acque di falda; i sistemi indispensabili per l’economia circolare, compresa la corretta gestione delle acque meteoriche. Per questo, occorre l’orientamento ed il controllo dei manager delle società di gestione dell’acqua per evitare il loro condizionamento da parte degli “gnomi della finanza e della propaganda” interessati solo al risultato aziendale di breve periodo.

E questo controllo diventa ancora più importante considerando gli ingenti investimenti nel settore previsti dal PNRR, i cui oneri ricadranno sulle “generazioni future”…

In questo contesto mi risultano fuori luogo gli interlocutori e gli argomenti di un progetto di ricerca promosso dal Gruppo CAP e sviluppato da EticaNews tra maggio – giugno 2021: “Finanza un buco nell’acqua? – Working paper sulla relazione tra investitori e settore idrico”, dove un “anonimo investment banker” alla domanda: “Considera quello dellacqua un business in grado di garantire rendimenti adeguati?, risponde in questo modo: “Il tema è centrale chiaramente. Laddove c’è una risorse scarsa, quella risorsa è preziosa. Se c’è qualcosa di prezioso si può ricavare un rendimento. Il tema dell’ottimizzazione delle risorse idriche nella misura in cui diventerà centrale, allora potrà diventare realmente una fonte di rendimento interessante. Certamente tenendo conto della dimensione sociale e responsabile.”

E nello scenario tracciato dall’IPCC, anche la domanda è un insulto al buon senso …