C’è bisogno di un pensiero “comune” che coinvolga i diversi soggetti tutti insieme e non solo una riflessione autocritica che consenta ad ognuno una confortante discussione casalinga come premessa scontata per una “comoda” ripartenza”. Insomma io credo che se manca questa consapevolezza di un destino comune per il paese e quindi anche per la sinistra e il centrosinistra, è finita. Ho sempre pensato che il successo di una parte non può essere segnato dalla sconfitta di altra parte (anche se non la mia). Ho sempre pensato che il destino delle forze di progresso è un destino “comune”, non individuale. E giammai di qualcuno a scapito di qualcun altro. Ecco perché non mi ha mai convinto la tesi della “vocazione maggioritaria” (fin dai tempi di Veltroni). Non nel senso lecito del puntare ad una maggioranza dei consensi ma nel fatto che questa convinzione nasconde il tema dell’autosufficienza, premessa dell’arroganza.
Ora che molti affermano che necessita un cambiamento radicale, di una rifondazione, di una discontinuità: come fare? Se gli strumenti politici e culturali (e le risorse) che abbiamo a disposizione per un nuovo inizio sono palesemente inadeguate: che fare? Forse non dobbiamo aspettare che dall’alto qualcuno ci suggerisca come fare. Forse dobbiamo ricominciare con umiltà dal basso. Lasciare le confortanti analisi che verranno (quando?) e rimettersi a studiare, analizzare la realtà che ci circonda qui e ora, primo per capire. E poi per fare. Ma il tempo è poco e io sento l’urgenza di dire: “subito, non domani”. Lo dico con onestà: i partiti in questi anni non ci hanno aiutato a capire un mondo che cambiava. Per quanto mi riguarda né …




