
Articolo di Ottorino Pagani:
“In ecologia la resilienza è definita come: “la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato; le alterazioni possono essere causate sia da eventi naturali, sia da attività antropiche. Solitamente, la resilienza è direttamente proporzionale alla variabilità delle condizioni ambientali e alla frequenza di eventi catastrofici a cui si sono adattati una specie o un insieme di specie”. Con il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) questa parola ha trovato enfasi nel linguaggio tecnico-istituzionale e indica un obbiettivo importante del Piano di sviluppo europeo.
Ma perché dovremmo allenarci alla resilienza contro i cambiamenti climatici in corso d’opera?
Questo orientamento risulta coerente con la strategia comportamentale prevalente in questi tempi, cioè prestare attenzione ai soggetti che vivono determinate esperienze piuttosto che agli oggetti che possono causarle: se sollevare pesi diventa troppo doloroso, si è di fronte a una scelta: o si diminuisce il carico o si presta meno attenzione al dolore. La strategia che predilige questa seconda scelta porta al proliferare di investimenti e di consulenti in psicoterapie che hanno il compito di intervenire alterando le sensazioni degli individui per gestire in meglio le proprie attività ed esperienze. In linea con questa strategia è, anche, la recente scelta del governo italiano “di raddoppiare lo stanziamento annuale dei fondi destinati al potenziamento deiservizi trattamentali e psicologici negli istituti di pena, attraverso il coinvolgimento di esperti specializzati e di professionisti esterni all’amministrazione”. Probabilmente, il successo di questa strategia fa leva sull’evidenza che il nostro cervello è più …




